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Colors

Colori. Colori potenti e disegno duro, impossibile rimanere indifferenti davanti ai quadri di Alessandro Giunchi. Segni implacabili della realtà che ci circonda (e che ci ha fatti prigionieri) e che spesso non vogliamo vedere. La durezza dei percorsi di vita attraversati da Alessandro coincide temporalmente con una fase storica globale minacciosa che ci spaventa. Nella sua pittura l’amore e l’odio per la vita si incrociano e coesistono crudi, privi di filtri esplodono in mille colori puri e vitali con la freschezza di un giardino fiorito e la tenebra di un fitto bosco, ma sono figure, tante, che si intrecciano si fondono e si confondono, ma ognuna col suo raggio di luce. La sua è una pittura “onesta” priva di furbizie perché rappresenta per Alessandro in sè stesso il limite ultimo, il miglior strumento di comunicazione col mondo esterno. In casa sua ha avuto il maestro di pittura, il padre Alberto, davvero un grande pittore (persona limpida e fragile dentro una società dura e violenta che non riconosce il merito), padre del quale Alessandro conserva accuratamente quel filo non sottile che unisce la realtà al sogno all’immaginario, nonché la magia dei colmi e del segno. Il linguaggio artistico di Alessandro è potente, evocativo di un mondo dove gli esseri umani si accalcano gli uni agli altri, deboli e persi in cerca di riparo e consolazione. Alessandro ci parla della sua vita e nel contempo di quella che è diventata la nostra, per questo la sua pittura ci attrae, perché è attuale parla di noi e delle nostre vite. Per lui la pittura è il riscatto, la possibilità còlta, la capacità maturata di reagire al diffuso annullamento individuale. In bocca al lupo Alessandro e che tanti tí sappiano vedere.
Nino Cortesi


Conti aperti col subliminale

di Ivan Simonini
La prima mostra ravennate di Alessandro Giunchi.
Ancora mia la svista. Entro nella Galleria di Vicolo degli Ariani e chiedo: “Qual è il titolo di questo pezzo?*. “Senza titolo”, mi rispondono. Nel dubbio che “Senza titolo” sia il titolo, poco dopo chiedo: “E quest’altro che titolo ha?”. “Il titolo non c’è!”, è la replica. Più avanti richiedo di nuovo. “Quest’opera per caso ha un titolo?”. “No. non ha un titolo”, mi fanno con certosina pazienza. Nessuno dei 22 dipinti è titolato. E finalmente capisco: l’arte non ha bisogno di titoli. Tutte quelle tavole di Alessandro Giunchi sono state realizzate dal 2012 al 2014 lungo un biennio favoloso’ da lui trascorso dal mitico Don Nilo nella comunità “Sasso” che ospita a Popolano di Marradi dagli 80 ai 100 tra giovani e ragazze. In quell’amena vallata proprietà della comunità, si producono castagne e marmellate e si allevano vitelli, maiali, asini e galline.
Figlio d’arte. Alessandro è forlivese come il padre e come il padre però ha fin da piccolo vissuto a Ravenna. La seconda parte di questi 32 anni l’ha passata da ragazzo di strada nella rude bontà poco amica delle regole tipica di ogni esperienza borderline. L’amore per la pittura risulta comunque antico e originario, se si pensa che l’unica esposizione precedente l’ha fatta nel 2000. neanche ventenne, in una libreria di Pesaro.
Ecco, qui, ora, il salto di qualità esistenziale e artistico: la prima mostra ravennate dichiara senza pentimenti i modelli e le fonti d’ispirazione. Sono fondamentalmente tre. Innanzitutto, la mano, nel disegno, di papà Alberto (qui ritratto col sigaro, vicino a una figura femminile che cita la Madonna di Münch). Poi il forte richiamo dell’arte etnica e. in particolare nei totem, africana. Infine la piena assimilazione dell’arte moderna. Come nell’unica monocromia, in cui il tratto grafico deciso, rapido ed essenziale, sorprendentemente assorbe – nel puro rapporto pittorico tra il bianco e il nero – il ricco cromatismo dei ‘déjeuner sur l’herbe’ di Giorgione e Manet. di Picasso e Guttuso. O come nel dipinto che raffigura la chiesa di Cardeto nell’Appennino toscano, dove il segno di Kirchner è reso elettrico da un acceso colorismo fauve. O come nei gruppi di teste e di volti, sui quali il getto del colore (più di spatola che di pennello) diviene invece generoso matericamente: quasi un Wolfs figurativo tra espressionismo ed informale.
Con questa mostra “senza titoli’ che dura fino al 13 aprile 2014. Alessandro Giunchi ha l’aria di essere ormai del tutto fuori dal tunnel esistenziale. Certo è del tutto fuori dal tunnel delle mode e del convenzionale. L’artista infatti è condotto ben oltre gli evidenti “debiti” sopracitati dalla sua sensibilità assolutamente contemporanea. Si vede che respira a pieni polmoni le sottili contraddizioni e ambiguità del presente. Come nelle due amanti che si abbracciano, a rappresentare la dolcezza e insieme la malinconia del pianeta Lesbo o come nella frequentatrice d’osterie che osserva, androgina, dall’alto, con un velo di ansiosa tristezza, il rosso bicchiere di vino che si accinge ad assaporare quasi preferisse solo guardarlo. In questa poetica del subliminale c’è forse l’identità estetica più personale e profonda del giovane pittore romagnolo, la sua cifra stilistica più genuina e probabilmente la chiave del suo futuro creativo.


 

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